Vegetarismo,
una soluzione per la fame nel mondo
Anna Maria Procacci
Cosa cè dietro
la polpetta? Viviamo in una società che bombarda soprattutto
i giovanissimi con hamburger e patatine fritte, affermando un
modello alimentare che è lontano dalle nostre radici mediterranee;
si va imponendo una globalizzazione del cibo che annulla le culture.
Vale la pena, allora, di porsi questa domanda. Lasciamo da parte
le ragioni della sana alimentazione per riflettere invece sul
rapporto con la fame nel mondo: questione terribilmente complessa,
certamente, ma legata anche alle nostre scelte quotidiane, comprese
quelle che compiamo a tavola.
Senza ricorrere ai calcoli e alle cifre familiari a molti di noi,
fermiamoci su di un concetto chiaro: per produrre
una polpetta o una bistecca si impiega una grande quantità
di energia nel lungo percorso dalla materia prima
al piatto (alimentazione degli animali, trasporto, macellazione,
commercializzazione).
Se i cereali che vengono coltivati per nutrire gli animali da
carne fossero destinati allumanità, potrebbero sfamare
sino a dieci volte il numero degli umani che li consumano sotto
forma di bistecche.
Del resto, il 18% dellumanità, è noto, consuma
l80% delle risorse del pianeta, e una percentuale quasi
corrispondente di umani patisce una grave denutrizione o addirittura
muore di fame.
Il consumo pro-capite in Italia è di 83 chili ogni anno.
Ma quella carne spesso fa pagare un prezzo ulteriore assai alto
anche sotto il profilo ambientale: il pascolo, ad esempio, è
deforestazione di aree preziose del pianeta come la foresta amazzonica,
spogliata del suo mantello per far posto alle mandrie di bovini
da hamburger; gli allevamenti intensivi di casa nostra, che hanno
separato gli animali dalla terra, trasformandoli in vere macchine,
causano linquinamento dei suoli e delle falde acquifere,
leutrofizzazione dei fiumi e del mare, le sofferenze degli
animali detenuti.
La scelta vegetariana può dare un fortissimo contributo
a risolvere la tragedia della fame. Ma nella questione si sono
inserite oggi le società del biotech, che ne fanno uno
dei punti cardine della loro immagine.
Qualche parola su un tema così attuale mi sembra doverosa.
Le piante alimentari transgeniche risolveranno
il problema della fame nel mondo?
La risposta è no, anzi: niente affatto. Per più di
una ragione.
Gli interessi delle multinazionali che notoriamente non sono
compagnie di beneficenza tendono al controllo delle risorse
alimentari del pianeta. E proprio a questo sono finalizzati i brevetti
sulle modifiche genetiche delle piante che da sempre sfamano lumanità.
Questa filosofia di monopolio comporta ovviamente la riduzione delle
varietà esistenti, meno ve ne sono, ad esempio, di mais,
più sarà intenso il ricorso forzato ai semi transgenici
delle multinazionali, con una perdita irreversibile di biodiversità
vegetale. Di pari passo si muove il processo di concentrazione e
acquisizione delle industrie sementiere da parte delle poche, pochissime
società che ormai controllano il mercato. Beninteso, i coltivatori
non potranno ripiantare questi semi lanno successivo, perché
si tratterà di semi sterili: questo il brevetto Terminator.
Le conseguenze di questi scenari, già in buona parte in atto,
si traducono nella dipendenza dai colossi agroalimentari e nello
strangolamento delle gracili economie del terzo mondo.
Cè di più. Le piante manipolate geneticamente
non hanno subito il vaglio della selezione naturale, e dunque sono
assai più esposte allattacco di elementi non previsti:
il rischio, assai plausibile, è quello della perdita di interi
raccolti, con un danno ulteriore per i popoli.
Vi pare davvero che il biotech possa sconfiggere la fame sul pianeta?
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