IL TUFFETTO ©
NUMERI SPECIALI & Monografie
 

Numero 1 – Anno 2002

“IL MANIFESTO SULLA CACCIA DEL CONTE OTTAVIO PROVANA CONTE DI LEYNI”.

24 pagine delle quali 16 di ristampa anastatica.
Prezzo: 3,50 € + Spese postali.

In sei pagine di redazionale, sono spiegati per sommi capi, ma in modo semplice e chiaro, gli aspetti storici e ambientali, legali sia alle vicende umane dei due principali personaggi storici menzionati nell’editto, sia all’ importanza dei Savoia e al concetto di caccia nel ‘700.
L’editto, del resto, è ampiamente esaustivo e parla da sé, senza bisogno di particolari commenti.
Il testo originario, fluido e scorrevole, è comprensivo, accattivante e stimola facilmente la lettura.
Chi, come l’editore, è animalista e assolutamente contrario alla caccia, non rimarrà deluso.
Al termine della trattazione figura un elenco delle principali aree protette del Piemonte.

Il Manifesto del Conte Provana

Il manifesto del Conte Provana di Leynì (Leini) è una preziosa testimonianza di un’epoca lontana.
E’ un editto sabaudo emesso in data 18 febbraio 1772, ripubblicazione di un precedente editto risalente al 25 ottobre 1749, rimasto per diverse ragioni inosservato.
In buona sostanza, il decreto reale serviva per regolamentare la materia della caccia tanto cara ai
Savoia ed a tutta l’aristocrazia legata a quella nobile famiglia.
Nel far ciò, il
Conte Provana, tenne conto non soltanto dell’aspetto ludico che la caccia assumeva in quegli ambiti e non soltanto della volontà di interdire ai ceti più umili l’accesso alle riserve reali quanto, altresì, con una buona dose di conoscenza specifica e di saggezza, d’ogni dettaglio che avrebbe potuto regolamentare al meglio il prelievo venatorio e boschivo, descrivendo con esatta e ponderata definizione i tempi, i luoghi, le quantità prelevabili, le armi ammissibili e, di contro, vietate.
I Provana furono una delle grandi famiglie feudali (unitamente alle famiglie Piossasco, Roero, Radicati, Avogadro, e poche altre) che segnò la storia del Piemonte. Da sempre nella sfera d’influenza dei Savoia, i Provana, con la loro diffusione, dalla Consorteria dei Signori di Moncucco a Carignano, e poi tutto intorno alla capitale sabauda, hanno fatto dire che quasi volessero “circondare” i Savoia e la loro città di residenza.
Al di là del Conte Ottavio Provana, la cui ricerca storica non è stata per niente facile, il regista vero del decreto fu
Carlo Emanuele III.
Costui fu un
buon sovrano, che portò benessere e pace in tutte le terre da lui governate.
Nonostante fosse un assiduo cacciatore, c’è da dire che a lui vanno riconosciuti pure alcuni meriti ambientali.
Anzitutto fu per sua volontà se in Piemonte furono fondate le prime accademie di veterinaria.
In secondo luogo i 58 articoli di legge contenuti nel Manifesto non sono affatto a favore di una caccia senza limitazioni.
Anzi.
Fu lui, s’è detto, il vero autore del decreto (e non poteva che essere lui) anche se, per ovvie ragioni, figurava in prima pagina il Conte Ottavio Provana Conte di Leiny il quale rivestiva appunto il titolo (fra i tanti) di Gran Cacciatore e di Gran Falconiere di S.M. il Re.
A ragion veduta, si potrebbe pure pensare che il decreto abbia espresso la volontà di un sovrano e di un Gran Cacciatore oramai attempati e stanchi, solo desiderosi di veder finalmente rispettata quella legge che per tanti anni restò disattesa. Si vuole credere che sia andata così, con il solo fine di salvaguardia ambientale e d’integrità. Si vuole sperare che il decreto fosse stato riproposto per mantenere nel tempo ancora vergini e inalterate quelle terre, quei colori, quelle montagne, quella flora, quei boschi, quei fiumi, quella fauna, che di lì a poco, probabilmente, intuivano di dover lasciare.
Dovremmo riconoscere dei meriti conservazionistici ai Savoia?
Piaccia o no, oggettivamente sì.
Si pensi al
Parco del Gran Paradiso, il cui nucleo iniziale fu dato dalla donazione di Vittorio Emanuele III allo Stato Italiano.
La stessa terra su cui egli cacciò fino quasi all’estinzione gli stambecchi e che poi, evidentemente pentitosi, donò per farla divenire un’area protetta e di ripopolamento.
Fu un gesto estremo, tardivo, quasi senechiano, che però valse a conservare nel tempo una delle zone naturali più belle e più preziose al mondo.
Sulla falsariga di quell’episodio, simile sorte toccò a ciascuna ex
riserva di caccia dei Savoia e non è un caso se ora, a distanza di secoli, il Piemonte è disseminato di aree protette, Riserve Naturali e di Parchi Nazionali e Regionali in luogo delle riserve di caccia.
Una conversione positiva, dunque.

Chi era Francesco Ottavio Provana Conte di Leynì

E’ lecito domandarsi, a questo punto, chi sia stato Ottavio Provana di Leynì.
Sulle enciclopedie non è facile trovare traccia di questo personaggio.
Da un numero speciale del bollettino di Vivant si apprende che ben due Provana, entrambi rappresentanti del secondo e più importante ramo dei Provana di Druent, ricoprirono l’incarico di Gran Cacciatore.
Tuttavia, non si trattava del nostro Francesco Ottavio, quanto di Giovanni Francesco (che fu anche Gran Ciambellano e Collare dell’Annunziata) e del suo figlio, Carlo Amedeo.
L’unica informazione su Francesco Ottavio Provana, c’è giunta nientemeno che dal Conte Fabrizio Antonielli d’Oulx, Presidente della VIVANT - Associazione per la valorizzazione delle tradizioni storico nobiliari- il quale in modo assai cordiale e tempestivo, ci ha gentilmente fornito notizie.

Una riserva nella riserva

Ad un’analisi seppure assolutamente sommaria, già appare l’ importanza delle aree geografiche menzionate nell’ editto, tanto del cosiddetto “piccolo distretto della Caccia”, quanto della cosiddetta “grande riserva”, entrambe enunciate nel documento oggetto della nostra ristampa.
Se ne trae che l’editto assumeva un ruolo straordinariamente importante nel campo della conservazione ambientale.
A riprova di ciò, basterà pensare che il solo “piccolo distretto della Caccia” era la risultanza di un’ unione periferica di ben 43 zone, fra comuni e centri minori: Torino, Moncalieri, Nichelino, Vinovo, Candiolo, Orbassano, Beinasco, Rivalta di Torino, Rivoli, Collegno, Druento, S. Maurizio Canavese, Settimo Torinese, S. Mauro Torinese, ecc.
La “grande riserva” poteva vantarne addirittura 82, con l’ aggiunta di nove boschi.
Particolare attenzione, doveva avere il territorio di Racconigi, oggetto di una particolare avvertenza data a capo dell’elencazione dei luoghi riservati.

La natura dei Savoia

Nei Savoia, il concetto del rispetto della natura deve avere avuto un particolare significato.
Al di là del fatto che, in seguito, tutti i loro possedimenti sono stati donati allo Stato Italiano (si conoscono pure altre celebri donazioni sabaude, non ultima quella numismatica per opera di Vittorio Emanuele III) spicca subito all’ occhio lo stile premuroso e preciso del legislatore; uno stile encomiabile in quanto inequivocabile, impeccabile, che non lasciava adito ad alcun dubbio interpretativo di sorta.
Paradossalmente, i testi delle leggi di attualità, sempre più spesso lasciano dei punti lacunosi o vuoti: punti che poi divengono sempre cagione delle più disparate interpretazioni e, in conclusione, d’ infiniti appelli e contrappelli che portano sempre ad un nulla di fatto ed a un aggravarsi della già infelicissima situazione ambientale e venatoria italiana.
Al legislatore-cacciatore, invece, non sfuggì alcunché.
In quegli anni, infatti, una era la legge ed una l’ interpretazione.
Tutto era ben chiaro: non vi erano articoli di legge variamente interpretabili, o che, di fatto, rimandassero a leggi e leggine minori.
C’era un unico legislatore e, piacesse o no, un’unica legge. Una legge, invero, elitaria, nient’affatto democratica, severissima, ma una legge che consentiva costantemente di garantire la sopravvivenza di un habitat per la fauna locale, per la fauna stanziale, per quella migratoria nonché, e non è poco, il mantenimento della fauna stessa, monitorata nei tempi e nei metodi di continuo, con adeguate misure di sorveglianza e controllo.
Un raffronto è possibile pure tra le leggi sull’ambiente veneziane e quelle attuali, dove le ultime in confronto fanno solo intristire chi ama l’ambiente. Concludendo, si può agevolmente e tristemente affermare che le leggi antiche erano (per gli aspetti che contano) molto più all’ avanguardia di quelle d’ oggigiorno.

L’editto di ieri analizzato oggi

Nel leggere l’ editto, ognuno può liberamente trarre le proprie considerazioni, fare le proprie congetture, provare sensazioni come se vivesse 230 anni addietro.
Non sarebbe possibile sondare, nemmeno per sommi capi, il panorama storico, politico e ambientale di quel tempo.
Per la sola famiglia Provana, forse non basterebbe un volume di mille pagine. In verità, anche la sola figura del “Gran Cacciatore” (e non è che uno degli innumerevoli titoli di merito che poteva vantare il Conte Francesco Ottavio Provana), meriterebbe un’ adeguata disquisizione. Che dire, poi, della vastità dei luoghi, delle armi usate, della fauna nominata nel testo?
Di certo, la figura del “Gran Cacciatore” era una figura di massimo prestigio, molto ben collocata all’interno dello Stato Sabaudo.
Senz’ altro, le pene erano severe, a differenza di adesso. Non si può dire altrettanto dei periodi di caccia, ma è necessario considerare che all’epoca c’era senz’ altro più selvaggina di oggi e non mancavano né le siepi, né gli alberi, né l’ habitat necessari al ripopolamento.
La lista degli animali estinti dei quali si ha notizia (estinti, beninteso, per i più disparati motivi) è talmente lunga da essere stata oggetto di vari volumi.

Il vuoto del potere esecutivo

In ogni caso, i cinquantotto articoli che compongono l’ editto, se per un verso creano una totale copertura sull’argomento legislativo, per l’ altro non mancano d’ indicare un punto dolente e a noi contemporanei assai ben noto: il vuoto del potere esecutivo. Questo aspetto è interessante perché palesa un problema che, con qualche variante (troppe leggi e poco riguardo verso le stesse), trova vivaci assonanze con la realtà del presente.
E’ allora necessario chiedersi quanto investa lo Stato Italiano per la natura e, di contro, quanto per altre attività (l’industria bellica, per esempio).
Ancora: quanto per l’osservanza e il controllo del patrimonio faunistico e boschivo…
La risposta è scontata: poco, sempre troppo poco!
…E in Europa l’Italia rappresenta quasi sempre il fanalino di coda.
Invece, come si evince nell’ editto, al diritto di caccia doveva esistere (per legge) il dovere del rispetto ambientale: un rispetto omnicomprensivo, totale. Le tanto sbandierate intese fra i cacciatori e gli agricoltori non c’ erano, ma c’ erano queste consuetudini di reciproco riguardo, perché comuni erano gli interessi.
Si richiedeva una deferenza che tenesse in considerazione la situazione boschiva, le aree verdi, le siepi, i prodotti ed i sottoprodotti del bosco.
Se, infatti, per i nobili la caccia rappresentava prevalentemente un aspetto ludico, per il volgo rappresentava una forma di sopravvivenza.
Oggi cosa rappresenta la caccia in Italia? Un bisogno di sopravvivenza? Una tradizione?
A chi vorrebbe rispondere che oggi s’ ispira alla tradizione, consiglieremmo di non dimenticare che tante erano le tradizioni e, tuttavia, non tutte meritevoli di lode. Anche il diritto divenuto famoso col nome di “Jus primae noctis”, ad esempio, era una tradizione: dovremmo ripristinare anche quella? Suvvia. Siamo seri!
E’ fuor di dubbio che la caccia, ha permesso per migliaia d’anni la sopravvivenza del genere umano ma oggi, nei paesi cosiddetti industrializzati,
che significato può ancora trovare?
Sono, i cacciatori, veramente equiparabili ai grandi predatori “utili”, oramai estinti e fossilizzati, come uno studio avrebbe voluto far apparire?
E’ triste dirlo (anche perché la caccia piace soltanto a chi la pratica o l’ha praticata, e a pochi) ma chi caccia oggi, caccia con il significato che assumeva un tempo la caccia nobiliare, dei signori e dei padroni, ossia per giuoco, per sport, per svago, per diletto, per esercizio.
C’ è stata una regressione nel concetto della caccia, una regressione che lascia interdetti soprattutto i cacciatori all’antica maniera, fra i quali moltissimi, appunto per ciò, hanno appeso al muro il fucile.

Le armi

La caccia, definita come “arte da signori”, a far data dal VI secolo, è diventata monopolio dei nobili: con prede, tecniche ed armi in esclusiva per loro.
I principi e i nobili cacciavano senza limitazioni di sorta a cavallo, armati di spada e lancia.
Al contrario, i poveri, i popolani, i contadini cacciavano appiedati e muniti di trappole, bastoni, o altre armi rudimentali: a loro era concessa solo la piccola selvaggina.
Le tecniche venatorie del cacciatore, insomma, ne firmavano il lignaggio.
Allora chi erano i bracconieri?
I bracconieri di quel tempo erano i poveri: infatti, le armi elencate nell’editto non erano quelle riservate ai ceti di più alto lignaggio.
La paura dei legislatori era forse riferita alle armi da fuoco che, come tutti tristemente sappiamo, possiedono ben altre capacità distruttive e che, al tempo dell’ editto, circolavano già da tempo.
Le armi da fuoco erano (e sono) malviste persino dai falconieri.
Pure il Governo Veneziano si vide costretto ad emettere appositi decreti per limitare o vietare l’uso d’armi da fuoco.
Per esempio, il decreto del 10 luglio 1648 (“Parte presa nell’eccelso Conseglio di Dieci. In materia d’ogni sorte d’Archibugi longhi, e curti”) iniziava recitando così:
“Tanto s’ è nei tempi presenti avvanzato l’ uso delle pistole, pistoni, terzaruoli, & altre armi da fuoco per tutto lo Stato della Repubblica, che fino in questa Città, per lo passato sempre vero asilo di quiete, & di sicurezza, non solo s’ è introdotto una temeraria licenziosa libertà, mà co’ l mezo di questa seguono ben spesso sbarri, e homicidij, anco nelle proprie habitationi, con terrore, e pregiuditio de’ sudditi, scandalo, e mormoratione universale (…).”
La LIPU, Lega Italiana Protezione Uccelli, nel suo “Rapporto Zoomafia 2001” dal titolo “Bracconaggio e criminalità”, riferendosi all’armamentario di cui dispongono i bracconieri, elencano armi da guerra, carabine con visori notturni, fucili modificati, moschetti, bombe a mano, tute mimetiche, coltelli, silenziatori, congegni esplosivi…
E i cacciatori?
Loro hanno “solo” il fucile…che uccide eccome, però!

Le astuzie legali

Nell’ editto, qua e là, si ravvisano dei punti dove alta è la componente psicologica e sottile, conseguentemente, la risposta legislativa.
Bello ed espressivo, ad esempio, è l’ art. 13, ove il legislatore traccia una caricatura perfetta dei cacciatori disonesti, definendoli temerari in rapporto al loro numero e lasciando intenderne la viltà sostanziale.
Del pari, astuta è stata la soluzione di legge.
A cacciare di frodo sono in più di due? Nessun problema: ognuno, preso singolarmente, avrà una pena doppia rispetto a quella prevista.
Una seconda soluzione di legge assai riuscita, fu quella dal ruolo che i Dragoni assunsero e di cui si dirà più oltre.Ma qui ci fermiamo per non farvi perdere il gusto della sorpresa…

Le autoritą preposte al controllo

Nel Manifesto si menzionano, oltre al Senato di Piemonte ed alla Camera de’ Conti, diverse figure politiche e di controllo.
Nel contesto dell’editto sono citate alcune autorità preposte in modo specifico al controllo dell’attività e del prelievo venatorio: in primis, ovviamente, il Gran Cacciatore (incarico investito dal Conte Francesco Ottavio Provana).
A ruota, sono elencate tutte le figure minori: il Conservatore Generale della Caccia, i Guardacaccia, gli Uffiziali della Caccia, l’Avvocato Fiscale delle Cacce, ecc.
Ognuno di loro aveva compiti precisi (di sorveglianza, tesoreria, ecc.), così da poter perfettamente mantenere efficiente la portentosa cerimonia della caccia sabauda.

Le curiosità faunistiche e toponomastiche

Per quanto attiene all’elenco delle specie animali, non sono menzionate specie particolari.
Invece, circa i nomi delle località, gli elementi di interesse sono decisamente molti di più, specialmente laddove sono la testimonianza di aree boschive.

La monetazione di Carlo Emanuele III

Molte erano le pene pecuniarie, efficace alternativa alle pene carcerarie o ad altre ancor più gravi.
Diverse, infatti, sono le multe e le monete citate nel decreto reale.
Una autorevole perizia ci è stata generosamente fornita dal dottor Mario Traina, numismatico di fama mondiale, il quale con la sua solita professionalità ha sviscerato tutti gli aspetti della monetazione sabauda del periodo in esami.

I luoghi di un tempo e i luoghi di oggi.

In ultima analisi, le zone protette Piemontesi sono la risultanza di un lavorio durato secoli, di un rispetto costante e tenace ascrivibile, piaccia o no, ai Savoia.
…Un fervore, però, fortunatamente incrociatosi, in tempi più recenti, con amministratori altrettanto rispettosi e assennati.

Aree protette in Piemonte

Data la possibilità di una interconnessione e data l’ opportunità ghiotta, a conclusione dello Speciale è stato inserito un elenco delle principali aree protette del Piemonte (Riserve Naturali Statali, Parchi Naturali Regionali, Riserve Naturali Regionali, Sistemi di aree protette delle fasce fluviali, Parchi Naturali Provinciali, Oasi, altre aree protette) con alcuni indirizzi estremamente utili per chi desideri saperne di più.

Ringraziamenti

Concludendo questa pagina di presentazione del Manifesto del Conte Provana, desideriamo ringraziare sentitamente tutti coloro (privati, enti, associazioni, ecc.) che hanno consentito fin qui il buon esito dell’operazione editoriale.
In particolare, esprimiamo gratitudine al dottor Mario Traina per la sua preziosa consulenza numismatica e alla Venaria Reale per la concessione a trarre ampi stralci dal loro sito ai fini della pubblicazione del Numero Speciale.
Infine, desideriamo ringraziare tutti coloro i quali hanno prenotato il numero speciale e, del pari, anticipatamente, tutti coloro i quali lo prenoteranno, perché (e purché) rispettosi della natura e della vita.
“Il Tuffetto” periodicamente uscirà con un numero speciale dedicato ad uno specifico argomento.

ATTENZIONE

IL NUMERO SPECIALE CON LA RISTAMPA DEL MANIFESTO SABAUDO SULLA CACCIA SARA’ TIRATO IN APPENA 2.000 ESEMPLARI.

Data l’esiguità della tiratura, verrà data la precedenza alle richieste provenienti da iscritti ad associazioni animaliste.
Nel richiedere il Numero Speciale, si invita sempre a specificare questa circostanza.
Trascorsi 7 giorni dal ricevimento non si accetteranno reclami. Farà fede la data di ricevimento.
Il pagamento potrà essere anticipato, oppure eseguito in contrassegno, al ricevimento.

L’ importo dovrà essere versato sul c.c.p. n° 17561317 intestato a “Sismondi Editore di Franco Pilon” – Via Capitello, 1
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