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LIBRI e POESIE on-line
 

a settembre SISMONDI EDITORE
pubblicherà un libro
su tradizioni e cultura locale di
Emanuele Bellò


PAESE PER CASO
di Gian Piero Milani

Nascosto fra le spighe dei colli sotto la piana del Cansilio, dove il silenzio di oggi ricorda a malapena l’ultimo convoglio di guerra, c’è un paese incredibilmente piccolo, oramai quasi privo di vita ma ancora testardamente avvinghiato alla montagna.
Si può accerdervi per un’unica strada, un viottolo modesto foderato di ghiaia, senza grilli di palazzi per la testa.
L’ho trovato per caso questo mondo filtrato nell’intima poesia.
L’ho scoperto un pomeriggio d’inverno quando la tristezza si fonde con la pelle, diventa nervosa e la natura è inerte. Solo la pasta della terra lievita ancora.
Dopo la curvatura ampia della strada statale, con la subitaneità di un fondale di teatro, quel paesino mi è venuto incontro, lassù in alto, avvolto in una cappa di silenzio greve.
Sono case dimenticate da tutti, anche dal sole che passa loro vicino con aria distratta.
Il primo ad accogliermi è un rigagnolo d’acqua rumoroso che si butta dall’alto senza prudenza, con spruzzi a caso; ha l’aria di non ricordarsi molto bene la strada e dimostra un brutto carattere.
Quindi un insieme disordinato di casupole deserte dai tetti umidi e macchiati di bruno e di verde cupo.
Muri di sasso inchiodati ad un terreno quasi verticale.
Più avanti, povere chiazze d’erba spelacchiata si stringono attorno ad una piazzetta disperatamente vuota. Qualche albero stanco, in disparte, tiene compagnia come può ad una chiesetta da nulla, dall’aria misantropa, con le rughe del tetto e le tegole coperte di muschio. Il sagrato è anch’esso piccolo: una passatoia di pietre male accostate e consunte dagli uomini e dal tempo.
L’odore è buono e l’aria ha il suolo del ciangottio di una fontana a stelo che spande la sua voce, querula e monotona, come un canto gregoriano.
Solo un vecchio sta fuori dall’unica osteria vuota tentando inutilmente di accendere un sigaro troppo bagnato. E’ un uomo secco e di piccola statura, socievole come una talpa.
Le pieghe della bocca sono rose da una saggezza muta e le mani hanno dita da profeta, due occhi che non guardano, ricordano che ormai l’opera è giunta a compimento e che ora inizia una nuova attesa.
Isolato, più su, immerso nella sua povertà senza fondo, un vecchio “maso” assiste paziente al trascorrere dei giorni.
Attorno, solo colori pallidi.
Decido di salire e scelgo a caso uno scalone di grossi massi scalpellati. Sono scalini stretti e si arrampicano decisi dietro al campanile: costruzione massiccia, che con la sua mole sembra incutere soggezione a tutti come un colonnello austriaco d’altri tempi.
La tradizione popolare assicura che nessuno ha notizie di quando sia stato costruito, ha molti secoli comunque; forse è sempre esistito.
Nemmeno i cannoni tedeschi sono riusciti ad abbatterlo.
Ora i mattoni, non più rossi, fanno fatica a stringersi assieme ed hanno il terrore della pioggia. Non c’è un orologio sotto le campane. Qui le ore sono scandite dal sole e dalle stelle, come lo sono le stagioni dalle rondini e dall’uva.
Mentre continuo ad inerpicarmi, il silenzio attorno occupa sempre più l’aria che diventa sottile e porta un odore scipito di neve.
Il paesaggio in alto è apparente e le cime dei monti attorno sembrano fatte di vento come discese dal cielo.
Cambio scala in direzione del “maso” abbandonato, bianco e vuoto come un teschio dimenticato in un’insenatura della roccia.
Vi si accede per un sentiero in salita simile ad uno strappo fra due lembi di campo incredibilmente rasati a fior di terra.
Sotto, contro la vallata sbiadita dai vapori invernali, un contadino ricurvo ed un cane passano nella foschia come fantasmi, passano piano, in silenzio, tenendosi vicini.
Dietro, alcune viti spoglie si confondono con i reticolati di cinta.
Attorno, uno spiazzo da tempo lasciato alle sue riflessioni, mi accoglie ospitale. Scavalco un cespuglio rigido su cui, per niente intimorito, un passero sembra chiedere l’elemosina e starnuta con impercettibili fremiti del capo.
Di lato, fra tronchi nudi e scuoiati come conigli, un olivo calvo ed artritico affonda, senza convinzione, le radici in una terra che nonostante tutto lavora.
Olive grinzose sparse ovunque sul terreno: frutti neri mortificati dalla loro inutilità.
Più discosto un nespolo. Ordinato e timido, conserva la dignità di un vecchio maestro di scuola.
In fondo, una balaustra di rosmarino neppure mi guarda, intenta com’è a torcere le sue dita nervose; mi ricorda la fotografia di una lontana zia mai conosciuta che mi descrivevano rinsecchita dagli anni e odorante sempre di tabacco da naso.
Dovunque, un tappeto di foglie disteso nell’attesa di marcire.
L’orto ora si spezza d’improvviso e diventa un vuoto senza staccionata sul campo sottostante.
Dal bordo spuntano le cime di due meli troppo vicini fra loro; paiono intenti a rovistare nella memoria ricordi remoti: echi di voci e di lavori per dimenticare la solitudine.
Nell’aria, uccelli annoiati scivolano come perdendo peso.
La vecchia casa è vicinissima. La facciata è più ampia di quanto mi sembrasse da giù e sostiene un enorme glicine che la sta accarezzando in cambio di una crepa in cui riparare un’altra radice.
Una lucertola, come impazzita, corre disperata su e giù per il muro alla ricerca di nulla.
Una pianta d’edera si attorciglia, come a proteggerla, ad una grondaia corrosa che scende a terra con un lamento d’impotenza all’avvicinarsi del brutto tempo.
Sulla soglia un annaffiatoio abbandonato, morso dall’ossido, tentenna in equilibrio precario tra un mattone ed un sasso e stride forte sotto la spinta del più tenue soffio di vento.
Forse vuol dire qualcosa, forse protesta per la mia presenza inopportuna.
L’atmosfera è sincera e dolce, molto simile a quella che avvolge di solito le colonne dei templi romani.
Mi sento impaziente di entrare e lo faccio quasi in punta di piedi, conscio di essere un intruso, titubante come se temessi di aver sbagliato luogo.
La porta, per metà scardinata, mi lascia entrare esterefatta: è come un filtro di silenzio che mi fa sentire i battiti del cuore.
La prima stanza è minuscola e lascia intuire un senso segreto. Le pareti sono scialbate di giallino.
Tra le due finestre che ancora hanno i vetri (inutili però se le fessure degli infissi mi tengono informato sulla temperatura esterna), una cornice di legno scuro, vuota, mi porta l’immagine di un lontano affaccendarsi domestico.
C’è una scala a pioli che si appoggia invitante sulla parete, in alto, dove si apre il vano di un’altra stanza.
E’ una di quelle scale che con grande precisione misurano, di anno in anno, la nostra percentuale di invecchiamento.
Salgo e mi sento tranquillo, mentre dentro mi cresce una dolcissima malinconia, una mestizia che affiora a poco a poco, come una musica che, prima di risuonare piena, condensa i propri motivi e li dilata per poi affievolirli lentamente come uno sbadiglio perso in lontananza.
E’ un buon nascondiglio quassù; si può dimenticare la realtà e trovare i ricordi di ieri.
In una casa come questa, si lascia scorrere il tempo, uguale, tranquillo, con l’impressione di essere là, non da pochi minuti, ma da sempre.
E’ la dimostrazione che la libertà si raggiunge quando basta il niente.
Al contrario dell’altra, questa stanza è molto ampia e, come quella di sotto, completamente vuota.
Posso camminare dappertutto come in una campagna senza sentieri.
Apro una finestra intessuta in una composizione surreale di ragnatele. Guardo fuori. Uno sbadiglio d’aria entra titubante, sembra non credere a quell’apertura attesa da troppi anni.
Stagliati nel cielo grigio, i rami del nespolo stanno disegnando teoremi di fiaba.
Molto lontano si sente finalmente parlare. Voci assestate in brividi ipnotici, confidenti e discreti; parole indistinte visibili nell’aria, compongono un mormorio lento come un ruscello di montagna sempre in ritardo sull’inclinazione del dirupo.
Passi impacciati che, prima di affievolirsi nella lontananza, s’irrigidiscono e si fermano solo un po’, solo per far capire di essersi accorti di una presenza che non dovrebbe esserci.
Non importa se l’inquietudine stacca idee inutili, strappa dai pensieri immagini vane ed inservibili come francobolli incollati ad una lettera mai spedita. Anche se l’attesa trema d’inerzia, non importa; ora mi sento bene ed in pace come un animale libero.
Sono davvero felice e non ho bisogno di nessuno.
Gusto la gioia che penso provino le foglie sugli alberi d’estate, quando batte il sole ed ognuna, immobile, ben distinta dalle altre, mostra impudica la nervatura in trasparenza.
Il momento si ferma.
Osservo in basso, lungo il muro, un gatto scivolare sul ventre come un cetaceo.
Un merlo è immobile vicino ad un fiore rosso e lo fissa perplesso quasi a chiedersi che senso abbia una così piccola macchia di colore fra l’uniformità dell’abbandono circostante.
Istintivamente raccolgo sul davanzale un calcinaccio e lo lancio.
Il merlo mi guarda, capisce e, mentre spicca il volo, mi fa scorgere sul becco una parvenza di sorriso.
Il gatto invece ha uno scatto di stizza.
Anche lui mi guarda, ma a lungo, fisso.
Ha il pelo opaco, gli occhi stanchi ed è magro; troppo magro.
Forse ho sbagliato.
Forse non dovevo essere lì in quel momento, pronto a rompere un equilibrio.
Qualsiasi cosa facciamo, per qualcuno è sempre sbagliata.
Ora il tempo si lacera.
Umori gommosi pullulano nel silenzio dell’erba dove tutto è un proliferare di inquietudini.
Nelle ore come vetrificate, ristagnano ombre lisce, senza dimensioni, quasi materializzazioni di immagini che scivolano nell’irreale.
Ho voglia di uscire.
Non riesco più a vedere in me stesso se non con la coda dell’occhio.
Mi volto a guardare le impronte che le mie scarpe lasciano sulla polvere del pavimento; domani, dopo domani ancora, saranno sempre lì.
Anche un’ombra sulla polvere può essere una pagina aperta.
Qualche tarlo nelle travature cigola a fatica e fuori comincia a scendere qualche briciola di neve.
Esco ed aspetto sotto la legnaia, dove il muschio ha un colore verdemalva opaco su cui brulicano fermenti di insetti strani.
Mi muovo anche se non ho voglia di ritornare.
Ripasso vicino alla casa verso le viti e guardo una foglia, sola ed inerte, anch’essa troppo magra per avere la forza di tenersi ancora a lungo aggrappata a quel ramo sterile che dorme.
Ecco, accade proprio ora.
La foglia scivola nel torpore dell’inedia, si stacca e scende piano, senza rumore, sull’esiguo velo di neve che già si è formato sul terreno quasi a voler attutire il dolore della caduta.
E’ la cosa più lieve che abbia mai visto.
Guardo intorno per l’ultima volta e tutto è sospeso: il nespolo, le viti, l’olivo, gli sterpi, i meli; le loro anime non si muovono più.
Questa notte, nonostante tutto, respireranno sereni sull’erba.
La neve si è sciolta e la pioggia cala i suoi capelli fini che scivolano nell’aria lenti e lucidi simulando indifferenza.
Mi accorgo che i minuti si spengono ad uno ad uno senza artigli.
Devo impormi di partire.
Devo andare, perché restare non sarebbe più vero.
Muovendomi sento la mia ombra fermarsi; forse non vuole seguirmi nel buoi.
Mi allontano ugualmente poggiando la mano sul muro di cinta: brandello di sassi dove il vento annida il muschio e le spore.
Domani vivrò sotto un cielo di pietra.


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