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PAESE PER CASO
di Gian Piero Milani
Nascosto fra le spighe dei colli sotto la piana del
Cansilio, dove il silenzio di oggi ricorda a malapena lultimo
convoglio di guerra, cè un paese incredibilmente piccolo,
oramai quasi privo di vita ma ancora testardamente avvinghiato alla
montagna.
Si può accerdervi per ununica strada, un viottolo modesto
foderato di ghiaia, senza grilli di palazzi per la testa.
Lho trovato per caso questo mondo filtrato nellintima
poesia.
Lho scoperto un pomeriggio dinverno quando la tristezza
si fonde con la pelle, diventa nervosa e la natura è inerte.
Solo la pasta della terra lievita ancora.
Dopo la curvatura ampia della strada statale, con la subitaneità
di un fondale di teatro, quel paesino mi è venuto incontro,
lassù in alto, avvolto in una cappa di silenzio greve.
Sono case dimenticate da tutti, anche dal sole che passa loro vicino
con aria distratta.
Il primo ad accogliermi è un rigagnolo dacqua rumoroso
che si butta dallalto senza prudenza, con spruzzi a caso;
ha laria di non ricordarsi molto bene la strada e dimostra
un brutto carattere.
Quindi un insieme disordinato di casupole deserte dai tetti umidi
e macchiati di bruno e di verde cupo.
Muri di sasso inchiodati ad un terreno quasi verticale.
Più avanti, povere chiazze derba spelacchiata si stringono
attorno ad una piazzetta disperatamente vuota. Qualche albero stanco,
in disparte, tiene compagnia come può ad una chiesetta da
nulla, dallaria misantropa, con le rughe del tetto e le tegole
coperte di muschio. Il sagrato è anchesso piccolo:
una passatoia di pietre male accostate e consunte dagli uomini e
dal tempo.
Lodore è buono e laria ha il suolo del ciangottio
di una fontana a stelo che spande la sua voce, querula e monotona,
come un canto gregoriano.
Solo un vecchio sta fuori dallunica osteria vuota tentando
inutilmente di accendere un sigaro troppo bagnato. E un uomo
secco e di piccola statura, socievole come una talpa.
Le pieghe della bocca sono rose da una saggezza muta e le mani hanno
dita da profeta, due occhi che non guardano, ricordano che ormai
lopera è giunta a compimento e che ora inizia una nuova
attesa.
Isolato, più su, immerso nella sua povertà senza fondo,
un vecchio maso assiste paziente al trascorrere dei
giorni.
Attorno, solo colori pallidi.
Decido di salire e scelgo a caso uno scalone di grossi massi scalpellati.
Sono scalini stretti e si arrampicano decisi dietro al campanile:
costruzione massiccia, che con la sua mole sembra incutere soggezione
a tutti come un colonnello austriaco daltri tempi.
La tradizione popolare assicura che nessuno ha notizie di quando
sia stato costruito, ha molti secoli comunque; forse è sempre
esistito.
Nemmeno i cannoni tedeschi sono riusciti ad abbatterlo.
Ora i mattoni, non più rossi, fanno fatica a stringersi assieme
ed hanno il terrore della pioggia. Non cè un orologio
sotto le campane. Qui le ore sono scandite dal sole e dalle stelle,
come lo sono le stagioni dalle rondini e dalluva.
Mentre continuo ad inerpicarmi, il silenzio attorno occupa sempre
più laria che diventa sottile e porta un odore scipito
di neve.
Il paesaggio in alto è apparente e le cime dei monti attorno
sembrano fatte di vento come discese dal cielo.
Cambio scala in direzione del maso abbandonato, bianco
e vuoto come un teschio dimenticato in uninsenatura della
roccia.
Vi si accede per un sentiero in salita simile ad uno strappo fra
due lembi di campo incredibilmente rasati a fior di terra.
Sotto, contro la vallata sbiadita dai vapori invernali, un contadino
ricurvo ed un cane passano nella foschia come fantasmi, passano
piano, in silenzio, tenendosi vicini.
Dietro, alcune viti spoglie si confondono con i reticolati di cinta.
Attorno, uno spiazzo da tempo lasciato alle sue riflessioni, mi
accoglie ospitale. Scavalco un cespuglio rigido su cui, per niente
intimorito, un passero sembra chiedere lelemosina e starnuta
con impercettibili fremiti del capo.
Di lato, fra tronchi nudi e scuoiati come conigli, un olivo calvo
ed artritico affonda, senza convinzione, le radici in una terra
che nonostante tutto lavora.
Olive grinzose sparse ovunque sul terreno: frutti neri mortificati
dalla loro inutilità.
Più discosto un nespolo. Ordinato e timido, conserva la dignità
di un vecchio maestro di scuola.
In fondo, una balaustra di rosmarino neppure mi guarda, intenta
comè a torcere le sue dita nervose; mi ricorda la fotografia
di una lontana zia mai conosciuta che mi descrivevano rinsecchita
dagli anni e odorante sempre di tabacco da naso.
Dovunque, un tappeto di foglie disteso nellattesa di marcire.
Lorto ora si spezza dimprovviso e diventa un vuoto senza
staccionata sul campo sottostante.
Dal bordo spuntano le cime di due meli troppo vicini fra loro; paiono
intenti a rovistare nella memoria ricordi remoti: echi di voci e
di lavori per dimenticare la solitudine.
Nellaria, uccelli annoiati scivolano come perdendo peso.
La vecchia casa è vicinissima. La facciata è più
ampia di quanto mi sembrasse da giù e sostiene un enorme
glicine che la sta accarezzando in cambio di una crepa in cui riparare
unaltra radice.
Una lucertola, come impazzita, corre disperata su e giù per
il muro alla ricerca di nulla.
Una pianta dedera si attorciglia, come a proteggerla, ad una
grondaia corrosa che scende a terra con un lamento dimpotenza
allavvicinarsi del brutto tempo.
Sulla soglia un annaffiatoio abbandonato, morso dallossido,
tentenna in equilibrio precario tra un mattone ed un sasso e stride
forte sotto la spinta del più tenue soffio di vento.
Forse vuol dire qualcosa, forse protesta per la mia presenza inopportuna.
Latmosfera è sincera e dolce, molto simile a quella
che avvolge di solito le colonne dei templi romani.
Mi sento impaziente di entrare e lo faccio quasi in punta di piedi,
conscio di essere un intruso, titubante come se temessi di aver
sbagliato luogo.
La porta, per metà scardinata, mi lascia entrare esterefatta:
è come un filtro di silenzio che mi fa sentire i battiti
del cuore.
La prima stanza è minuscola e lascia intuire un senso segreto.
Le pareti sono scialbate di giallino.
Tra le due finestre che ancora hanno i vetri (inutili però
se le fessure degli infissi mi tengono informato sulla temperatura
esterna), una cornice di legno scuro, vuota, mi porta limmagine
di un lontano affaccendarsi domestico.
Cè una scala a pioli che si appoggia invitante sulla
parete, in alto, dove si apre il vano di unaltra stanza.
E una di quelle scale che con grande precisione misurano,
di anno in anno, la nostra percentuale di invecchiamento.
Salgo e mi sento tranquillo, mentre dentro mi cresce una dolcissima
malinconia, una mestizia che affiora a poco a poco, come una musica
che, prima di risuonare piena, condensa i propri motivi e li dilata
per poi affievolirli lentamente come uno sbadiglio perso in lontananza.
E un buon nascondiglio quassù; si può dimenticare
la realtà e trovare i ricordi di ieri.
In una casa come questa, si lascia scorrere il tempo, uguale, tranquillo,
con limpressione di essere là, non da pochi minuti,
ma da sempre.
E la dimostrazione che la libertà si raggiunge quando
basta il niente.
Al contrario dellaltra, questa stanza è molto ampia
e, come quella di sotto, completamente vuota.
Posso camminare dappertutto come in una campagna senza sentieri.
Apro una finestra intessuta in una composizione surreale di ragnatele.
Guardo fuori. Uno sbadiglio daria entra titubante, sembra
non credere a quellapertura attesa da troppi anni.
Stagliati nel cielo grigio, i rami del nespolo stanno disegnando
teoremi di fiaba.
Molto lontano si sente finalmente parlare. Voci assestate in brividi
ipnotici, confidenti e discreti; parole indistinte visibili nellaria,
compongono un mormorio lento come un ruscello di montagna sempre
in ritardo sullinclinazione del dirupo.
Passi impacciati che, prima di affievolirsi nella lontananza, sirrigidiscono
e si fermano solo un po, solo per far capire di essersi accorti
di una presenza che non dovrebbe esserci.
Non importa se linquietudine stacca idee inutili, strappa
dai pensieri immagini vane ed inservibili come francobolli incollati
ad una lettera mai spedita. Anche se lattesa trema dinerzia,
non importa; ora mi sento bene ed in pace come un animale libero.
Sono davvero felice e non ho bisogno di nessuno.
Gusto la gioia che penso provino le foglie sugli alberi destate,
quando batte il sole ed ognuna, immobile, ben distinta dalle altre,
mostra impudica la nervatura in trasparenza.
Il momento si ferma.
Osservo in basso, lungo il muro, un gatto scivolare sul ventre come
un cetaceo.
Un merlo è immobile vicino ad un fiore rosso e lo fissa perplesso
quasi a chiedersi che senso abbia una così piccola macchia
di colore fra luniformità dellabbandono circostante.
Istintivamente raccolgo sul davanzale un calcinaccio e lo lancio.
Il merlo mi guarda, capisce e, mentre spicca il volo, mi fa scorgere
sul becco una parvenza di sorriso.
Il gatto invece ha uno scatto di stizza.
Anche lui mi guarda, ma a lungo, fisso.
Ha il pelo opaco, gli occhi stanchi ed è magro; troppo magro.
Forse ho sbagliato.
Forse non dovevo essere lì in quel momento, pronto a rompere
un equilibrio.
Qualsiasi cosa facciamo, per qualcuno è sempre sbagliata.
Ora il tempo si lacera.
Umori gommosi pullulano nel silenzio dellerba dove tutto è
un proliferare di inquietudini.
Nelle ore come vetrificate, ristagnano ombre lisce, senza dimensioni,
quasi materializzazioni di immagini che scivolano nellirreale.
Ho voglia di uscire.
Non riesco più a vedere in me stesso se non con la coda dellocchio.
Mi volto a guardare le impronte che le mie scarpe lasciano sulla
polvere del pavimento; domani, dopo domani ancora, saranno sempre
lì.
Anche unombra sulla polvere può essere una pagina aperta.
Qualche tarlo nelle travature cigola a fatica e fuori comincia a
scendere qualche briciola di neve.
Esco ed aspetto sotto la legnaia, dove il muschio ha un colore verdemalva
opaco su cui brulicano fermenti di insetti strani.
Mi muovo anche se non ho voglia di ritornare.
Ripasso vicino alla casa verso le viti e guardo una foglia, sola
ed inerte, anchessa troppo magra per avere la forza di tenersi
ancora a lungo aggrappata a quel ramo sterile che dorme.
Ecco, accade proprio ora.
La foglia scivola nel torpore dellinedia, si stacca e scende
piano, senza rumore, sullesiguo velo di neve che già
si è formato sul terreno quasi a voler attutire il dolore
della caduta.
E la cosa più lieve che abbia mai visto.
Guardo intorno per lultima volta e tutto è sospeso:
il nespolo, le viti, lolivo, gli sterpi, i meli; le loro anime
non si muovono più.
Questa notte, nonostante tutto, respireranno sereni sullerba.
La neve si è sciolta e la pioggia cala i suoi capelli fini
che scivolano nellaria lenti e lucidi simulando indifferenza.
Mi accorgo che i minuti si spengono ad uno ad uno senza artigli.
Devo impormi di partire.
Devo andare, perché restare non sarebbe più vero.
Muovendomi sento la mia ombra fermarsi; forse non vuole seguirmi
nel buoi.
Mi allontano ugualmente poggiando la mano sul muro di cinta: brandello
di sassi dove il vento annida il muschio e le spore.
Domani vivrò sotto un cielo di pietra.
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